Promise less or do more

Nei giorni scorsi cercavo un libro, che sapevo di avere in camera da qualche parte, con i testi e le traduzioni dei primi album dei Pearl Jam. Non trovandolo – ed approfittando della mia condizione di inoccupato che mi permette di avere molto tempo libero a disposizione – decisi così di mettere in ordine la scrivania in modo da farlo saltar fuori.
Divenne presto evidente però che il problema della scrivania non stava nel disordine degli oggetti su di essa riposti, ma nell’impossibilità per tali oggetti di essere infilati in qualche altro pertugio nella stanza. In parole povere: lo spazio era poco, la roba tanta, e molti oggetti non potevano stare da nessun altra parte se non sulla scrivania! Ma il lavoro ormai era iniziato: che fare? Rimettere tutto a posto, con amarezza, o continuare l’opera di riordino, sapendo di dover mettere pericolosamente mano anche alle mensole, alla libreria, ai cassetti e alle scatole sotto al letto?

Ovviamente la prima possibilità era inaccettabile, ed è così che ho passato gli ultimi due giorni in camera, sepolto in mezzo agli oggetti ed alla polvere (da me stesso accumulata, ovviamente), cercando di mettere a posto ciò che un posto l’aveva e di buttare via ciò che invece non ce l’aveva.
La ricerca, come è facile immaginare, ha dato dei frutti inaspettati: oggetti che credevo perduti, altri di cui ignoravo l’esistenza, altri che chissà perchè avevo tenuto. Alla fine, complice la fine degli studi e l’inutilità improvvisa di montagne di appunti, il cumulo delle cose da buttare via era ancora più impressionante del solito, e la stanza stranamente spoglia. Sono arrivato addirittura al compromesso, un tempo impensabile, di inscatolare la mia più che discreta collezione di Martin Mystère. Un misero sacrificio piuttosto di cedere al compromesso della doppia fila per i libri!

Certo, passare due giorni sepolto nella propria stanza ha dei vantaggi rispetto ad altri lavori: per esempio si può approfittare del tempo che si passa all’opera per esplorare la propria collezione musicale. Ed è così che ho scoperto, praticamente per caso, la combinazione musicale perfetta per lavori di questo tipo, siano essi traslochi, pulizie di primavera, riordini dei garage o delle stanze, repulisti generale post-cena con amici. Niente di trascendentale, si tratta soltanto di mettere su, rigorosamente in shuffle, un paio di album di Emiliana Torrini con i due dischi finora pubblicati dei The whitest boy alive.
Chi sono costoro? Semplice. La prima, Emiliana, a dispetto del nome è un folletto islandese la cui voce somiglia molto, nel timbro, a Bjork. La sua musica però, pur non semplicissima, è un pop sinuoso che poco ha a che fare con le sperimentazioni della celebre conterranea. I secondi invece, dei quali ho più diffusamente parlato nella stanza a fianco, non sono altro che una specie di mash-up dei Kings of convenience con l’eletronica fine-anni-70, la disco ed il Funky, e nell’organico vantano un membro dei Kings of convenience stessi.
Musica nordica, quindi (i KoC sono Norvegesi), e forse per questo adatta al rigore con cui va affrontato un lavoro come le pulizie, o i traslochi. Sta di fatto che per due giorni non ho ascoltato altro, senza annoiarmi o appesantire il mio lavoro – anzi – dandogli il ritmo e la cadenza degni della miglior Mary Poppins.
Se non ci credete, provate! Poi mi saprete dire! =)

P.S. Ah, ovviamente alla fine il libro dei Pearl Jam non era in camera, ma era nascosto in salotto. Classico caso di ironia della sorte.

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