Stream of musical consciousness (ovvero come ti passo un sabato sera in casa)

Era l’estate del… 1998, credo.

Sì, avevo su per giù 15 anni. Le mie serate estive da adolescente allora erano un po’ particolari, un po’ da film hollywoodiano tipo "casa nella prateria", ma calata in un contesto moderno.
Tipicamente uscivamo in bicicletta, per strada. Renato, la Stefy, la Alessia e Io. Facevamo un’infinità di giri su e giù per la via, parlando di una gran quantità di cose diverse. Fu senza dubbio il periodo più spensierato della mia vita, racchiuso quando volevo da queste due strade; una specie di Mesopotamia fatta in casa.
Altre volte rimanevamo in camera mia, a giocare a GTA a turno. Un po’ non sapevamo come farcela passare, un po’ in realtà ci divertiva da morire questo modo di passare le serate, un po’ ingenuo magari, ma sincero.

Fu in quell’estate che un giorno mia madre decise di andare a trovare lo zio. Non so se fu una visita di piacere, se mio nonno fosse già malato… non lo ricordo proprio.

Ricordo che andammo a trovare lo zio in fabbrica, e mi mostrò come si fabbrica la plastica. Vidi il laboratorio, con questi enormi PC con monitor da 23 pollici perché si potessero vedere i risultati degli esperimenti da una parte all’altra della stanza. Vidi gli spaghetti termoplastici azzurri filati da enormi macchine e quindi immersi nell’acqua perché si raffreddassero, ma senza romperli. Vidi i barili di fibra di vetro macinata, dove se avessi messo dentro una mano mi sarei trovato con un moncherino. Tutto ciò ovviamente mi affascinava da morire, e ne conservo un ricordo vivido, come se fosse successo tutto ieri.

Per l’occasione mio zio mi copiò Crime of the century dei Supertramp. Un suo collega aveva dei problemi di cleptomania e se l’era intascato, senza rendersene conto. Ricordo che lo cercammo per un po’, poi lo trovammo e facemmo pure le fotocopie del libretto, rigorosamente sgraffettando le singole pagine in modo che venisse identico all’originale.
Quel singolo CD però non mi bastava: ero in pieno periodo di scoperta musicale, avevo conosciuto Renato, suo padre e la sua collezione di LP dei Pink Floyd, lo zio mi aveva regalato la cassetta di The Wall e Franco, il padre della Stefy, mi aveva ceduto la sua copia di Trespass, tanto a lui non era mai piaciuto.
Così, quando passammo da casa dello zio, non ricordo se lo costrinsi io a prestarmi degli altri dischi o se fu mia mamma a volerne portare a casa altri. Ricordo solo che tornammo, in macchina, e in mano avevo questi miei piccoli tesori.
Non avevo ancora imparato a non crearmi troppe aspettative, di fronte alle novità che sembrano entusiasmanti, e in linea di massima quei dischi si sarebbero potuti rivelare delle delusioni cocenti. Per fortuna così non fu, e cambiarono per sempre il mio modo di concepire e di approcciarmi alla musica.

Close to the edgeIl primo CD che ascoltai, appena tornato a casa, fu Close to the edge degli Yes. Era quello che più di tutti mi incuriosiva, per molti motivi. Innanzitutto la copertina, esternamente banale. Un gradiente verde, una scritta verde. Nulla di molto originale. L’interno, invece, si apriva in un paesaggio che non avrei mai nemmeno immaginato, una enorme isola ricoperta d’acqua, con qualche isolotto qui e lì. Tutto intorno un’enorme cascata proietta l’acqua di sotto, in un fumo che non lascia intravvedere nulla. Da dove l’acqua arrivasse, non era importante. L’importante era l’effetto, l’ "atmosfera". Mi sentivo già in sintonia con quel disco.

In secondo luogo le canzoni: tre lunghe suite, una di quasi venti minuti e le altre due di dieci minuti l’una. Per me, abituato ai dischi dei Genesis e dei Pink Floyd dove statisticamente più la canzone è lunga, più e bella, quello era il migliore dei biglietti da visita! Infine, la formazione. Quelli, avrei scoperto poi, erano gli Yes più "classici", e contenevano in formazione una mia passione di quand’ero bambino, quel Rick Wakeman di Viaggio al centro della terra che popolava un mio vecchio ricordo, una videocassetta che regalammo a mio zio quando ancora abitava a Saronno. L’audiocassetta arancione di quello stesso disco, poi, la consumavo volentieri nel mangiacassette della macchina, e mi incuriosiva capire cosa avrebbe potuto fare quell’uomo così sontuoso, così magniloquente, all’interno di un gruppo.

Così, arrivato a casa a ora di cena, misi su Close to the edge, a tutto volume. Era un disco d’infanzia di mia madre, quindi non obiettò. Avrebbe obiettato poi, su altri dischi degli Yes e di molti altri gruppi…
Ricordo che le finestre erano aperte, in salotto, per far entrare l’aria fresca della sera, e i grilli e i rumori elettronici della foresta che aprono il disco si espansero per la casa, fino a mischiarsi con i suoni del traffico e gli odori delle serate estive.

Mentre mi sedevo a tavola la canzone esplose in tutta la sua potenza.

Fui sconcertato da quello che stavo sentendo. Era così totalmente diverso da qualsiasi cosa che avessi udito prima, eppure così naturale, mi sembrava nascere spontaneamente da dentro, più che entrare dalle orecchie.
Ricordo che corsi in salotto pensando "ma chi può aver mai pensato della musica del genere?" e rimasi per un buon paio di minuti un po’ rincoglionito, ad ascoltare gli intrecci della batteria, della chitarra e del basso, quel gran casino pseudo-organizzato che avrei imparato a memoria in fretta.
Mi rimisi a tavola e mentre mangiavo continuavo ad ascoltare il "perpetual change" degli umori, dei colori, dei suoni e dei ritmi. Per qualche settimana mi ostinai ad ascoltare quasi solo la prima traccia, non ritenevo le altre due all’altezza. Poi, con il tempo, imparai ad apprezzarle tutte, come spesso capita.
Vennero i miei amici a chiamarmi e sentirono la musica fino in strada, a causa delle finestre aperte. Quando uscii di casa non mancarono di chiedermi che diavolo stessi ascoltando.

Shoot out at the fantasy factoryIl secondo CD che ascoltai fu Shoot out at the fantasy factory, dei Traffic. Tutt’altro genere rispetto agli Yes, niente repentini cambi di ritmo, niente intrecci funambolici di chitarre, ma un album di impronta blues, con cinque canzoni in tutto che scivolano via senza provocare sbalzi di sorpresa, ma lasciando un piacevole senso di pace.

Per questo "Shoot out" mi entrò dentro pian piano,canzone dopo canzone. Probabilmente la prima fu Roll right stones, lunga e sinuosa, con quel ponte che fa those who’ve been mesmerized, many years have come and gone che mi restava in testa per giorni. Un album dalle tinte pastello, molto acustico e ricco di percussioni e cori. Americano, profondamente americano, ma mai senza inventiva. Molti lo ritengono inferiore a John Barleycorn (must die) o a The low sparks of the high-heeled boys, ma personalmente non lo scambierei nemmeno con tutti e due insieme, sebbene io sia cosciente che il mio è un giudizio prettamente emotivo e ben poco razionale :P

Tragic magic è forse il pezzo più atipico, perché profondamente jazz, con certe venature quasi sudamericane. Forse, senza che me ne rendessi conto, è stata una prima porta verso la Samba e la Bossa Nova, e contemporaneamente verso il blues, che avrei imparato ad apprezzare solo un buon annetto dopo, con John Mayhall.

Dei cinque pezzi di "Shoot out" però quello che mi toccò di più fu da subito il "lento" finale, (Sometimes I feel so) uninspired. Un titolo che è tutto un programma.
Ancora adesso la ascolto spesso, nei momenti più giù, ed in effetti ha un suo potere. Benché la musica sia tendenzialmente triste, il testo non sempre chiaro, il ritmo lento e sonnacchioso… boh, mi mette speranza, quasi allegria. Sarà colpa del ritornello, probabilmente, e della voce di Steve Winwood.

Acquiring the tasteIl terzo CD, Acquiring the taste dei Gentle Giant, ci misi molto, molto tempo ad interiorizzarlo.
Se non sbaglio fu mio zio ad insistere perché lo prendessi, a me non ispirava molta fiducia. Un po’ per la copertina, volutamente allusiva, che non mi sapeva di disco "serio" (che volete farci), un po’ perché… boh, mi sembrava ad occhio e croce inferiore agli altri. La prima volta che l’ascoltai, poi, non mi piacque per niente. Aveva i cambi di tempo e di atmosfera degli Yes, e dei coretti che ai miei orecchi ricordavano molto i primi Genesis, ma non aveva il feeling immediato e la solarità di Close to the edge né la freschezza di From genesis to revelation.

Il risultato fu che Acquiring the taste rimase a lungo inascoltato, sulle mensole del mio salotto. Poi, pian piano, mi venne voglia di riascoltarlo, o forse me lo imposi, ed iniziai ad entrare nel mondo assurdo dei Gentle Giant.
Non che ora lo conosca così bene, questo mondo, ma almeno ho imparato a riconoscerne certi panorami. La straordinaria ricchezza cromatica di tutti i loro pezzi, per esempio, l’uso di una moltitudine di strumenti in una moltitudine di modi e soprattutto la struttura, spesso apparentemente quasi confusionaria, delle loro canzoni.

Acquiring the taste alterna molto, molto sapientemente brani più strutturati, come per esempio The house, the street, the room, Wreck, Plain truth, con altri più sconnessi, come Edge of twilight o The moon is down. Ogni pezzo ha una sua personalità, un suo punto di vista.
Le prove di perizia tecnica ci sono, e sono tantissime, ma mai, mai "buttate lì" come talvolta capita negli Yes, bensì sempre misurati e focalizzati all’effetto finale, che è creare un brano solido, denso,  pastoso.
Ci sono riferimenti medievali nei cori di Pantagruel’s nativity, sussulti di Hard-rock in The house, the stret, the room, ballate da marinai in Wreck e jazz quasi folk in The moon is down. Archi, fiati, chitarre e tastiere si fondono in un tessuto così finemente intrecciato che non è immediato scorgerne la trama, mentre i disegni che ricama scintillano brillanti.

Se dovessi scegliere un brano, uno solo, da Acquiring the taste sceglierei però Black cat.
Inizia con una melodia geniale, sorretta da un intreccio di violino e tastiere che completano ognuno il giro armonico dell’altro, contrappuntandosi. Su questo tappeto volante si innesta la voce, anzi le voci che narrano la storia di questo gatto nero, palesemente richiamato dai singhiozzi della chitarra (anni prima della pubblicità di Belew).
Che poi proprio un gatto nero non è, si tratta più che altro di una metafora neanche troppo nascosta di un certo tipo di donna… una catwoman, per così dire.
L’intermezzo poi è qualcosa di sublime, sembra un divertissement di un’orchestra da camera ubriaca di champagne ad un party snob, quando gli invitati cominciano ad andarsene e lo show è ormai finito. Il tema conduttore del brano ritorna, pian piano, sommesso, nel mezzo di questo marasma di archi e corde pizzicate, fino a sfociare in una nuova strofa e un nuovo ritornello.
Il finale sfuma sul tema iniziale, ricoperto stavolta dal miagolare della chitarra. Il tutto in meno di quattro minuti. Volendo la si potrebbe portare anche a Sanremo!

La conclusione del disco però è affidata non a Black cat, bensì a Plain truth, un pezzo molto più energico, forse il più vivamente rock dell’intero disco, nonché il più lungo. Non mi ha mai esaltato tanto, ma probabilmente perché è messo lì, dopo Black cat, e il confronto lo penalizza. In realtà si tratta di un ottimo brano (come avrete capito tutto il disco si attesta su una media piuttosto alta) con una sapiente alternanza di riff rock e richiami di violino. L’intermezzo, che ovviamente stavolta è lento per poi "montare" fino a raggiungere il riff iniziale, è in realtà un lungo assolo di violino col wah-wah, che a riascolarlo bene ricorda non poco certi lavori dei Quintorigo.
Lo stesso violino che, in coda alla canzone, mette la parola fine a tutto il lavoro.

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4 Responses to “Stream of musical consciousness (ovvero come ti passo un sabato sera in casa)”


  1. 1 Bad 06/05/2007 alle 00:21

    Un sabato sera in casa dedicato alla musica e ai ricordi che essa evoca è passato in maniera nettamente migliore che sgomitando per arrivare ad un bancone in uno dei tanti locali stracolmi dove si celebra il rito del sabato sera… music was my first love, and it will be my last diceva una vecchia canzone anni ’70. Leggendo il blog di uno sconosciuto, a volte uno può sentire risuonare nell’aria accordi familiari. Così è stato stasera. Buona musica.

  2. 2 WhiteFang 06/05/2007 alle 00:58

    Innanzitutto complimenti per aver resistito fino alla fine del mio sproloquio 😛
    Purtroppo la maggior parte della serata è stata spesa al computer ad ingobbirmi per scrivere il post, ma è vero che per tutto il tempo ho ovviamente tenuto in sottofondo i tre dischi di cui stavo parlando.
    Ad ogni modo John Miles aveva ragione da vendere, la Musica non sarà l’amore più grande della mia vita, ma è stato uno dei primi, e forse sarà anche l’ultimo.

    Buona musica anche a te, sono lieto di aver fatto risuonare in te accordi familiati!

  3. 3 Bad 06/05/2007 alle 01:07

    Ricordi anche quella canzone? Best compliments. Ti ringrazio per aver messo quel link sul tuo blog, davvero.

  4. 4 WhiteFang 06/05/2007 alle 01:22

    “Music” è una canzone che mi accompagna fin da quand’ero piccolo. Un po’ perchè arrangiata da Alan Parsons, un po’ perchè mia mamma me la canta da sempre, la prima volta che l’ho sentita per radio la sapevo già a memoria…
    …ma questo è un altro post 😉

    Per il link non serve ringraziarmi, non l’avrei fatto se non ne valesse davvero la pena!!!


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