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Giovanni avanzava piano. Passo dopo passo sembrava sempre più in bilico, sempre più lì lì per cadere. Invece la mano del babbo, stretta nella sua, lo teneva in equilibrio, non si sa bene come.
Dopo pochi passi raggiunsero entrambi la porta del salotto e lì, d’improvviso, il babbo lasciò la presa; avanzò di un paio di metri e si chinò, sorridente, con le braccia aperte.

Vieni, su!

Giovanni continuò nel suo moto barcollante e incerto, ma lo sguardo nei suoi occhi era diverso. Non c’era più la concentrazione di pochi istanti prima, ma una istintiva paura. Paura di sentirsi solo, di essere abbandonato. Paura di non arrivare tra le braccia del papà, paura di cadere.

Un passetto dopo l’altro, in pochi secondi attraversò la stanza e si immerse nell’abbraccio del babbo, che lo stringeva forte ripetendogli quanto fosse stato bravo.
Ma lo sguardo di Giovanni non era ancora completamente rilassato, c’era qualcosa nei suoi occhi. Aveva capito cosa volesse dire essere solo, dovercela fare con le proprie forze, e questo l’aveva provato, più di ogni altra cosa prima d’allora.

Se è vero che gli occhi dei bambini parlano, i suoi parevano dire "grazie, grazie di avermi preso, ma… non farlo mai più."

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