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Don Giuliano era parroco a Pezzoli (Ro), prima di partire in missione per il Brasile.
Da quando è laggiù ha scritto alcune lettere ai ragazzi che ha lasciato in paese i quali, stimolati dall’ambiente culturale molto florido instaurato dal Don, hanno creato un’associazione culturale chiamata "Teatro 99".

Le sue lettere sono di una bellezza e di una limpidezza secondo me sconcertanti, quindi mi piacerebbe riproporle qui. Comincio, com’è giusto, dalla prima, ma dal sito dell’associazione è possibile leggerle tutte.
Vi invito a fare uno sforzo: lo so che è lunga, ma vale la pena arrivare fino in fondo, e magari anche pensarci su.

“Felizes os que promovem a paz e bem-aventurados aqueles que amam a verdade”

PACE non è solamente assenza di guerra, perché anche la tirannia, la non democrazia, può portare tranquillità sociale, impedendo rivolte, schiacciando quelli che non condividono una determinata linea politica, come fu la PACE ROMANA in altri tempi e come è oggi, ai nostri tempi, il caso dell’egemonia bellica degli Stati Uniti. La tranquillità sociale è pace soltanto quando le esigenze della giustizia trovano una realizzazione armonica.

Per il fatto che nessun ordine è giusto per principio, ogni ordine creato deve sempre confrontarsi con l’etica. Non è possibile una pace della monotonia.

Così, come l’arte della musica risiede nell’armonizzazione dei diversi suoni, è la giusta armonia di una società che fa della pace una sfida tanto più grande quanto più complessa e diversificata è questa società.
Aspirazione profonda di ogni persona, la pace è UTOPIA e CONQUISTA. Utopia perchè, nella sua pienezza presuppone la riconciliazione universale, che oltrepassa la capacità umana.
E’ conquista perchè si costruisce nella misura in cui investiamo le nostre energie in questa grande impresa.
Si va dal livello più basso, più vicino, dal PERSONALE (micro) fino al punto più alto, il SOCIALE, il PLANETARIO (macro). La pace si conquista nella fatica e nella lotta quotidiana, è un modo di vivere che comprende la pace interiore (con se stessi), la pace con chi ci vive accanto (famiglia, vicini, colleghi di lavoro, compagni di scuola), con la natura (difesa dell’ambiente) e con Dio (riconciliazione ed esperienza del perdono).
Desiderio e aspirazione esigente, la pace non ammette mezze misure, non prevede i “se” e i “ma”! Non esiste una pace a metà.
Barattare l’UTOPIA dell’armonia planetaria con la tranquillità dell’ambiente chiuso, innalzare muri materiali o simbolici per non vedere che il mondo sta andando alla deriva, chiudere le finestre della propria vita, è accettare una vita mal vissuta!

Molti di coloro che scelgono questo percorso di vita poco saggio e poco salutare, finiscono col cercare la compensazione al vuoto della propria vita nel consumo insaziabile di novità, nelle droghe di ogni tipo o nell’intontimento, ritualmente provocato.
La sete della pace non ammette limitazioni, perché pretende di raggiungere tutto l’universo e realizzare il sogno del paradiso terrestre, che non è nostalgia – come se si trovasse alle nostre spalle – ma sfida e speranza.
Tutti abbiamo bisogno di speranza per vivere. La grande speranza è vedere un giorno completarsi l’opera della creazione tramite una riconciliazione ampia, generale e senza restrizioni, tra uomo e donna, tra persona e natura, interiorità e mondo, umanità e divinità, nella ricca armonia della sue differenze.

Quando parliamo di pace, bisogna pensarla in due direzioni: la prima è che la pace deve vivere in noi; la seconda è che dobbiamo essere suoi costruttori, portandola nella nostra società.
I costruttori di pace devono diventare loro stessi strumenti di pace, a tal punto che possono dire, anche nell’ora del conflitto estremo: “Io ti do la mia pace”.
La pace è innanzitutto una visione: la visione che l’umanità è come un corpo e che noi tutti siamo membri di questo corpo. E’ una prospettiva che ci fa scoprire che l’altro, invece di essere un mio antagonista o nemico, è mio fratello o mia sorella.

La pace diventa, così, una forza interiore che ci permette di amare i nemici e di affrontare i conflitti con azioni e metodi non violenti, perchè tutti possiamo ottenere e vivere la pace.
La pace diventa quindi un valore senza frontiere, un valore assoluto. E ci riguarda tutti, piccoli e grandi. E’ un bene incondizionato.

Assomiglia a Dio. E’ Dio stesso. E’ per questo che dovremmo continuamente pregare il Signore perché ci dia la PACE. Perché Egli, che è la PACE, venga in mezzo a noi!
Perché la nostra sicurezza non ci venga dalle armi, ma dal rispetto reciproco.
Perché la nostra forza non sia la violenza, ma l’amore.
Perché la nostra ricchezza non sia il denaro, ma la condivisione.
Perché il nostro cammino, i nostri percorsi di vita non siano l’ambizione, ma la giustizia.
Perché la nostra vittoria non sia la vendetta, ma il perdono.
Siamo nati per amare gli altri. Amare gli altri è l’unica vera salvezza individuale e collettiva.
E’ la grande sfida di questo periodo storico. Ma lo è stata e lo sarà sempre, in ogni periodo.
In questi anni, più che mai, come uomini e come donne e come credenti, siamo chiamati e sollecitati a riscoprire e a ritrovare la nostra coscienza storica e la nostra bellezza identitaria.
A leggere la realtà con occhio attento, critico e libero, a non sfuggire alle sfide e alle provocazioni del nostro tempo. A stare dentro alla storia e ai suoi eventi. Come credenti, dobbiamo stare dentro a questa storia da persone (donne e uomini) libere, con la schiena diritta, in piedi e non inchinati (ci si può inchinare soltanto davanti a Gesù Cristo!), senza rintanarsi e senza nascondersi nelle chiese, senza rifugiarsi sotto gli altari per la paura del mondo, dei suoi problemi e delle sue inevitabili contraddizioni.

Se il mondo non fosse complesso e complicato, che senso avrebbe tentare di credere in Gesù Cristo e di averlo come unico Maestro e sperare di trovare in Lui la risposta sempre provvisoria e sempre “oltre le nostre mete e le nostre conquiste”?

Ritrov
are, riscoprire, riappropriarsi della propria bellezza identitaria, ma tutto questo in un dialogo continuo, amoroso e coraggioso con le donne e gli uomini del nostro tempo.


Con affetto, don Giuliano.
Brasilia, 24 aprile 2005

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